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Simona Vinci
Fotografie
Note biografiche


FOTOGRAFIE

racconto di

Simona Vinci



(A Michel Petrucciani, da lontano)

Judith ha ricominciato con la storia delle foto.
Neanche me ne accorgo, probabilmente, la maggior parte delle volte.
E' diventata una spia perfetta, ha imparato a cogliere nelle mie espressioni, nei miei movimenti, i rapimenti improvvisi, i momenti di resa. Sta sempre vigile, all'erta, pronta a fermare, settimana dopo settimana, immagini di me.
Non è da molto che lo so. Un mese, forse. Stavo cercando un vecchio portatovaglioli di legno, fatto a forma di passerotto, che usavo quando ero piccolo, per regalarlo a Sara, mia figlia. Dentro a un mobile, nel cassetto delle tovaglie, nascosto proprio in fondo, ho trovato un enorme quaderno con la copertina blu. L'ho sfogliato cosi', per un riflesso involontario. Dentro, sulla prima pagina, c'era questa foto di me al pianoforte, di spalle, sotto, a pennarello rosso:

Tommaso, aprile 1985. Altezza, 60 cm. Peso,50 Kg.

Una dopo l'altra ho sfogliato le pagine, fino all'ultima prima di quelle vuote:

Tommaso, aprile 1995. Altezza, 50 cm. Peso,46 Kg.


Dieci anni. Io di spalle al pianoforte. Io in giardino, seduto sull'erba con Giove, il cane, e Sara a pochi mesi. Io dentro alla vasca da bagno, con un quotidiano tra le mani. Io al tavolo di cucina, seduto sullo scranno con la penna in bocca e lo sguardo fisso al muro. Io dentro al letto, addormentato. Io, Sara e Giuliano, il piu' piccolo, sul bordo di una piscina gonfiabile che sta per ribaltarsi.
Non avevo mai voluto vedere le fotografie che mi scattavano, solo i primi piani, qualche volta, e le foto di copertina dei dischi, per obbligo. Non mi interessava sapere com'era esattamente il mio corpo. Sapevo che le mani erano robuste e che le gambe riuscivano a reggermi. Bastava arrivare al pianoforte. Bastavano le mani, per suonare e toccare lei, Judith, e i bambini. Le mani per toccare, e dare forma al mondo.


Io, Tommaso.


Per le misurazioni, c'erano -ci sono- i dottori. Le visite continue, regolari, che scandiscono la mia vita. Misurano, pesano, confrontano, palpano, fanno prelievi di sangue e di altri liquidi organici. Abituato all'invasione di mani e strumenti di misurazione, un solletico leggero le loro mani addosso e il freddo del metallo. Abituato, come sempre ci si abitua a qualunque cosa, tanto da non pensarci quasi piu'. La mente concentrata su altro: un certo passaggio delle mani sulla tastiera, una nota impossibile, da inventare, il cielo di maggio azzurro lacca e tigrato di bianco, la voce di Sara che modula le prime parole con una grazia incredibile, sfuggente, impossibile da riprodurre. Il cielo, ancora, certi pomeriggi, come adesso, a maggio, cosi' denso che sembra di affondarci dentro, come in una colla.


Forse, prima delle foto, nemmeno lei lo vedeva piu' il mio corpo. Per questo, appunto. Altrimenti, non so come avrebbe fatto, sopportato, senza perdersi. Se non cosi', perdendosi, dimenticando tutto.
Le piacevano le mie mani, e la mia bocca. Anche adesso non vede altro, i suoi sguardi scivolano, carezze, su di me, i tuoi occhi, le tue mani, la tua bocca, cosi' mormora quando mi abbraccia.
Doveva trovare il modo di conservare la verita'. L'involucro, la maschera. Sapere cosa sono stato, cosa sono, documentare una conoscenza che coi soli sensi non è piu' in grado di cogliere, di organizzare.


Prima di incontrare Judith, sono stato molto solo. Ero certo che cosi' solo lo sarei stato sempre, ma ero anche allegro, perchè avevo la musica e la musica dentro mi riempiva fino a farmi scoppiare. Del mio corpo non ho mai avuto paura, dentro c'ero io, e c'era la musica, fuori cambiava tutto, continuamente, le ossa, i tendini, i muscoli che si attorcigliavano, si contraevano, ma dentro io ero sempre lo stesso.
Quando incontravo persone che non mi vedevano da un po' di tempo, mi accorgevo che gli occhi gli si dilatavano, avevano paura. Finche' non si accorgevano delle mie mani, intatte, avevano paura.


Judith, la prima volta, mi ha preso tra le braccia e mi ha adagiato dentro a un letto- eravamo a San Gimignano, in Toscana, l'albergo era piccolo e silenzioso, in mezzo alle colline rosse e gialle, infuocate-. Lento, ho sentito il suo corpo inclinarsi verso il centro del letto, lento, fino quasi a sfiorarmi, il suo braccio destro è scivolato sotto al mio corpo, con l'altro braccio mi ha preso e rovesciato su di se'. Semplicemente. Le dita dei miei piedi sfioravano le sue cosce e la mia bocca arrivava solo all'incavo del suo collo. Ho sollevato gli occhi e lei stava ferma, con le labbra aperte e gli occhi chiusi. Mi ha avvolto con le braccia. Ero dentro di lei.
Dopo, non è mai cambiato. Il modo fermo e gentile, definitivo, che aveva avuto la prima volta di accettarmi dentro al suo corpo, senza commenti, richieste, osservazioni. E' ancora cosi', semplice come lasciarsi prendere dall'acqua del mare.


Ho pensato molto in questi anni e ho pensato cose diverse, ogni volta che l'ho sentita sospirare, ogni volta che ho visto i muscoli del suo corpo tendersi nel piacere, mi sono domandato che cosa fosse a farla godere. Se erano le mie mani, il mio corpo, se ero io, tutto intero.
Non riuscivo a capire, in nessun modo, come potesse provare tutto quel desiderio per me.
Poi, ho pensato che, come in tutto cio' che ci riguarda, ci sono molti modi: alcuni provano piacere ad essere picchiati, brutalizzati, offesi, altri mascherandosi, oppure facendo sesso con persone sconosciute, in situazioni insolite, in tanti, in pochi, da soli. Lei, semplicemente, aveva modellato i suoi desideri su di me. Prima, le donne le avevo sempre pagate e avevo dovuto dimenticare il loro schifo, la loro paura, avevo sempre evitato di toccarle davvero, non mi sono permesso una sola volta di accarezzare i loro capelli, di sfiorare le loro labbra. Le guardavo spogliarsi, osservavo l'orlo leggero dei loro vestiti scivolare per terra, sfiorare il pavimento. Guardavo come si sfilavano la biancheria, con gesti provocatori, ammiccanti e insieme, assolutamente personali: non era per me che lo facevano, lo facevano tra sé, pensando ai soldi, all'impegno successivo, alla spesa, al cane, a chissa' cosa.


La prima volta che ha visto il mio sesso, Judith ha riso. Un sacco di uomini, probabilmente si sarebbero offesi, ma io ho sentito nella sua risata un suono piccolo e gorgogliante, come quelli che i bambini molto piccoli emettono davanti alle cose che li emozionano.
Mi ha toccato, prima con le mani, poi con le labbra. Ho sentito i suoi capelli scivolarmi tra le gambe e anche a me è venuto da ridere. Molte donne si sarebbero offese e lei, invece, mi ha rovesciato con una mano sul divano dove stavo seduto e ha avvicinato le sua bocca al mio orecchio, non capivo le parole ma era come una filastrocca, una cosa antica, sembrava una nenia che veniva dalle viscere della terra, schiusa di colpo dopo milioni di anni.
Ci sono momenti cosi', credo, per tutti, quando sentiamo che qualcuno ha attraversato un sacco di posti e situazioni, avventure, dispiaceri e gioie, per arrivare fino a noi e consegnarci tutto, tutto quello che ha visto, sentito, toccato, per consegnare tutto quello che è, proprio a noi.
Per me, e anche per lei, quel momento fu lo scambio reciproco di tutta la sofferenza che avevamo incontrato prima. Una sofferenza che si è dissolta cosi', in una risata gorgogliante e in un canto, come quelli che cantano tutte le madri dall'inizio dei tempi. Forse, non sarebbe durata, forse avremmo incontrato qualcun altro e amato, qualcun'altro, ma quel grumo di dolore si era sciolto e ci sarebbe voluto del tempo perchè un' altro ne prendesse il posto.



Judith sta dormendo. Guardo il suo viso, morbido di sonno, in viaggio verso luoghi a me irraggiungibili. Una goccia di saliva scivola dalla sue labbra socchiuse fino al mento e poi sul cuscino. Lascia una riga sottile e lucida. Vorrei passarci un dito sopra, asciugarla, ma ho paura che si svegli. E non voglio. Devo decidere. Ci ho pensato cosi' a lungo che non ricordo piu' le ragioni precise per cui dovrei o non dovrei farlo. Giusto e sbagliato non hanno un confine netto, si mescolano, non esitono piu', esistono cose che fai o non fai e da un gesto cambia tutto oppure niente, non lo sai. La guardo ancora. E' per me, oppure per lei? Sono io a voler dimenticare o voglio che lei dimentichi? Io credo di volere che lei veda, di nuovo, senza il bisogno di imporselo. Vorrei che aprisse gli occhi, adesso, semplicemente, e sapesse riconoscermi esattamente. I suoi muscoli si contraggono sotto le lenzuola, vedo le sue gambe tendersi e poi abbandonarsi, le ciglia tremano leggermente, come se stesse per svegliarsi, ma poi si volta, di scatto, i capelli si arrotolano intorno al suo collo, una ciocca scivola tra le labbra aperte. Dorme. Sogna, forse.


Penso di aver imparato cose diverse dagli altri. Da quelli sani, intendo. Il mio rapporto con le cose, con gli oggetti, le misure, le proporzioni è assolutamente personale, un rapporto che non posso condividere con nessuno. L'altezza di un tavolo, le maniglie delle porte, gli scaffali della libreria. Le vetrine dei negozi, i banconi dei bar. I sedili delle automobili, i segnali stradali, il piccolo passo che separa il vagone della metropolitana dalla banchina. Ho vissuto una strana vita. Ho visto tutte le cose da un diverso punto d'osservazione, ho interpretato i segnali del mondo visibile con un codice personale. Allo stesso modo, gli altri hanno interpretato me in modi sempre diversi e lontanissimi da quello che sono effettivamente. Hanno provato paura, repulsione, pietà, tenerezza. Per molto tempo, ho pensato che indossavo una maschera, avevo questa cosa che mi separava dagli altri, mi distingueva, mi rendeva costantemente visibile. Pero' non potevo toglierla, non potevo dire okay ragazzi, lo scherzo è finito, basta guardare, niente paura, era un gioco. Quello ero io, ed ero io alla mattina appena sveglio, ero io di notte, durante il giorno, per la strada, a scuola. Io. Un corpo che mutava ogni giorno, e che non avrebbe smesso di farlo con la fine dell'adolescenza. Io sarei stato come un adolescente per tutta la vita. Per tutta la vita, uno che doveva imparare a convivere con muscoli, ossa e fattezze che si alteravano e che cambiavano il mio aspetto.
Adesso che è passato tanto tempo da quando io so d'essere io, penso che le cose che ho sentito e imparato sono impagabili, che anche il modo che ho di suonare non viene solo dalla mia testa, viene dalla particolare struttura del mio corpo, da come le mie mani sono in equilibrio mutevole col resto del corpo. E quello che vale per la musica, vale anche per Judith, per il piacere che ogni giorno della nostra vita insieme ho visto diffondersi nel suo corpo e nei suoi occhi mentre faceva l'amore con me. Sono contento. Anche di aver suscitato riflessioni negli altri, di averli costretti ad ammettere che non c'è un modo solo, una conoscenza sola, una sola interpretazione possibile dei segnali del mondo. Gliel'ho detto con la musica. Quindi, con il mio corpo.


Non voglio che Judith si costringa a ricordare, a vedere in un modo scientifico ed esatto quello che gia' vede nel modo giusto. Farsi male per vedere quello che vedono gli altri, per dire ecco, si', vedo anch'io la stessa cosa.
Decido per te, Judith. Lo decido mentre dormi e non ti accorgi di niente. Non lo so ancora se è giusto. Non lo sapro' mai. Prendo questo grosso quaderno blu- dieci anni di sguardi esatti- e scendo al piano di sotto. Sulle scale, il gatto scivola silenzioso accanto a me, una pantera.
Uno sguardo esatto, Judith cara, non esiste, non deve esistere, non devi volerlo, tieniti i tuoi occhi Judith, come io tengo i miei e misura il mondo senza chiederti se è lo stesso che vedono gli altri.
Nel camino della vecchia cucina la brace è ancora accesa, basterà aggiungere qualche ceppo e soffiare forte. Sventolo una fotografia sul fuoco, per attizzarlo, poi la lascio cadere. Quando il fuoco sara' forte, lascero' cadere tutte le altre. Dormi bene, Judith.


(inedito)


L'autore: Simona Vinci

Simona Vinci è nata a Milano il 6/3/1970. Studia Lettere Moderne all’Università di Bologna.


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